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Published on giugno 12th, 2016 | by Redazione

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Carlo Massullo, il medico d’Olimpia

Carlo Massullo 2

Carlo Massullo sul podio di Seul

Nella vita, raggiungere la propria realizzazione sul piano professionale non è per niente semplice; riuscirci addirittura due volte, senza reincarnarsi o risorgere, è impresa riservata a pochissimi eletti. Ed è proprio in quest’ultima categoria che rientra in pieno il dottor Carlo Massullo.

Nato a Roma (da origini molisane) nel 1957, Carlo Massullo ha un passato da campione di pentathlon moderno, specialità di cui negli anni ’80 è stato tra i migliori interpreti mondiali, raccogliendo titoli iridati ed olimpici. Chiusa la carriera da pentatleta, Massullo si è costruito una nuova vita ed oggi esercita la professione di medico sportivo specializzato in terapie riabilitative.

Da quasi vent’anni Carlo Massullo si è stabilito ad Orte, dove vive e lavora. “Ho sempre preferito la campagna alla città – spiega lui stesso – e così, appena ho potuto, sono andato via da Roma per trasferirmi a Capena. Poi, nel 1998, ho deciso di allontanarmi ancora di più e ho trovato dimora qui ad Orte.

L’agenda quotidiana del medico ed ex-campione è fittissima di impegni professionali, ma il tempo per ripercorrere gli anni d’oro (nel vero senso della parola) si trova sempre.

Dottor Massullo, il pentathlon moderno è una specialità poco diffusa in Italia. Come ha fatto ad appassionarsi a questo sport?Da bambino avevo una corporatura molto esile e mia madre decise di iscrivermi a nuoto, che all’epoca era considerato lo sport migliore per lo sviluppo. Io avevo un’indole molto competitiva e m’impegnavo al massimo per primeggiare, ma nel nuoto non ci riuscivo e quindi non ero soddisfatto. Nel 1970, su consiglio di mio fratello, provai il triathlon. I risultati furono subito incoraggianti, grazie soprattutto ad un talento naturale per la corsa, e così decisi di dedicarmi ad uno sport multidisciplinare.

Da lì all’oro olimpico non fu comunque una passeggiata. “Dovetti lavorare molto per migliorare la tecnica negli sport che non conoscevo. La mia prima gara internazionale di pentathlon fu nel 1976, a 19 anni. Nel 1980 fui convocato per le Olimpiadi di Mosca, ma all’ultimo minuto mi lasciarono a casa per via del boicottaggio delle nazioni del blocco occidentale: una delusione così grande che per qualche mese decisi di abbandonare lo sport. Ripresi nel 1981 e proprio quell’anno conquistai il bronzo nel campionato del mondo a squadre in Polonia. Nell’83 vinsi la mia prima gara individuale di Coppa del Mondo, a San Antonio, in Texas. Il debutto alle Olimpiadi avvenne nel 1984 a Los Angeles e finalmente quella volta andò tutto liscio: conquistai la medaglia di bronzo con una grande rimonta nel finale e, grazie alla vittoria di Daniele Masala e la buona prova di Pierpaolo Cristofori, vincemmo anche l’oro nella classifica a squadre.

A quel punto, Carlo Massullo divenne a tutti gli effetti un big del pentathlon mondiale.Dall’84 all’88 fu un quadriennio bellissimo, perché ero diventato l’uomo da battere e ad ogni gara avevo sempre tutti gli occhi puntati addosso. Nel 1985 arrivai terzo a squadre ai mondiali di Melbourne, mentre il 1986 fu un anno perfetto, con la vittoria individuale e a squadre nei mondiali disputati in casa a Montecatini. Nel 1987 feci quarto, ma ormai tutta l’attenzione era per le Olimpiadi di Seul del 1988, quella che considero la mia gara più bella.

Strano, i campioni non amano mai le gare in cui arrivano secondi… Ciò che mi rende particolarmente fiero della gara di Seul fu la mia capacità di reggere la pressione. Quell’anno tutti si aspettavano un testa a testa tra me e Vaktang Iagorashvili: eravamo i favoriti, ci misurammo per tutta la stagione in attesa della grande sfida e alle Olimpiadi, in effetti, duellammo fino alla fine. Io riuscii a sconfiggere Iagorashvili, ma ancora meglio di noi, un po’ a sorpresa, fece Janos Martinek, che mi soffiò l’oro. Per me fu medaglia d’argento sia nell’individuale che a squadre, ma non ho davvero nessun rimpianto: Martinek quel giorno fu bravo e fortunato, però io ero l’uomo più atteso, quello che doveva fare per forza una grande prova, e dimostrai tutto il mio valore. Le qualità di un uomo si vedono quando tutti gli chiedono grandi cose e lui non tradisce le attese. Sono così fiero delle medaglie d’argento di Seul che le ho regalate ai miei due figli quando si sono diplomati.

Dopo l’argento ai Giochi coreani, per lei iniziò un periodo molto duro, contraddistinto da una vicenda di doping. Cosa successe?Mi squalificarono perché avevo preso sei caffè: un’ingiustizia che ha macchiato tutta la mia carriera. Successe che nel 1990 mi stavo per laureare in medicina, quindi gareggiavo solo per mantenere la forma, senza ambizioni di risultato. In una gara di Coppa del Mondo a Roma mi fecero un controllo antidoping e risultai positivo alla caffeina. Io dimostrai con perizie mediche le mie ragioni e alla fine venne fuori che in tutta la giornata avevo assunto un quantitativo pari a sei caffè: un po’ poco per giudicarmi un dopato, non trova?

Tuttavia…Tuttavia la mia tesi non fu accolta e mi squalificarono per due anni, oltre ad accusarmi di frode sportiva. Scontata la squalifica, fui prosciolto da tutte le accuse, pienamente riabilitato e nel 2004 la caffeina fu anche cancellata dall’elenco delle sostanze dopanti, perché si riconobbe che è impossibile dimostrare se viene assunta di proposito per migliorare le prestazioni oppure se è semplicemente contenuta nei cibi e nelle bevande ingeriti.

Al rientro in gara, comunque, ci fu tempo per un’altra medaglia olimpica. “Ripresi l’attività nel 1992 e fui convocato per le Olimpiadi di Barcellona: conclusi la gara in dodicesima posizione e, insieme a Bomprezzi e Tiberti, raggiungemmo il bronzo a squadre. Fu una grande soddisfazione, perché, a 35 anni e con un lungo periodo di inattività sulle spalle, avevo dimostrato di essere ancora competitivo ai massimi livelli. A fine ’92 mi ritirai.

Il pentathlon moderno si compone di nuoto, corsa, scherma, equitazione e tiro a segno. Lei dava il meglio nella corsa, ma c’era una specialità che le era indigesta?Senza dubbio la scherma. Ero riuscito a migliorare rapidamente la tecnica nel tiro a segno e nell’equitazione, ma la scherma era il mio vero tallone d’Achille; soprattutto agli esordi, rovinai tantissime gare con punteggi disastrosi in quella prova. Il vero salto di qualità lo feci solo nel 1988, quando, per prepararmi alle Olimpiadi di Seul, andai a Lione ad allenarmi dal maestro Giulio Tomassini. Tra l’altro Tomassini, dopo l’esperienza con me, tornò in Italia è formò la straordinaria generazione di schermitori italiani che ha dominato gli ultimi vent’anni.

Con cinque sport così diversi tra loro, quanto deve allenarsi un pentatleta professionista?Tantissimo: dalle 6 alle 8 ore al giorno. Naturalmente, si cerca di accoppiare gli allenamenti più intensi fisicamente a quelli mirati ad altre caratteristiche, ma a volte capita anche che, per esigenze di tempo, bisogna fare dei veri e propri tour de force.

E tutto quest’impegno è ricompensato da adeguati guadagni?Non direi. Ai miei tempi, l’unico modo per avere uno stipendio fisso da pentatleta professionista era entrare nei corpi militari. In più c’erano dei bonus per i più meritevoli: una medaglia d’oro, ad esempio, valeva 50 milioni; ma bisognava prima arrivare a vincerla… Negli ultimi anni, per fortuna, il CONI ha pensato di istituire un fondo di previdenza per gli atleti che fanno sport ai massimi livelli. Un pentatleta che dedica otto ore al giorno agli allenamenti non può fare nessun altro lavoro se non il pentathlon, quindi è giusto che, quando smette, gli venga riconosciuto un rimborso per gli anni spesi a fare sport.

Carlo Massullo

Carlo Massullo nel suo studio oggi

Visto che non si fa per soldi, cosa spinge una persona a dedicare la sua vita al pentathlon?L’ambizione personale, la voglia di misurare i propri limiti, il desiderio di tramutare un sogno in realtà. E io posso dire di essere stato fortunato, perché sono tra quei pochi che il loro sogno sono riusciti a coronarlo.

Negli anni ’80 il pentathlon moderno italiano conobbe un periodo d’oro, con lei ed altri campioni di livello mondiale. Fu il frutto del lavoro della Federazione oppure eravate semplicemente una generazione di fenomeni?Sicuramente fu un mix tra talento naturale degli atleti e gestione intelligente da parte della Federazione. Tra noi e gli allenatori che ci seguivano allora si creò un rapporto umano bellissimo, tant’è vero che, non più di due settimane fa, ci siamo ritrovati ancora tutti insieme a cena per rivivere quei momenti bellissimi. In più, bisogna dire che la Federazione in quel periodo seppe agire con grande lungimiranza. Noi, ad esempio, avevamo l’assistenza mentale degli psicologi: una cosa che oggi fanno tutti, ma che all’epoca era una vera innovazione.

Qual è il momento più bello di una vittoria alle Olimpiadi?Tutto quello che succede tra l’arrivo sul traguardo e la premiazione sul podio. Lì l’emozione è al massimo e tutti i gesti, anche i più banali, diventano ricordi indelebili nella memoria. Ha presente quando la Nazionale di calcio vince i Mondiali e tutti ci ricordiamo esattamente cosa stavamo facendo in quel momento? Ecco, quando si vince una medaglia alle Olimpiadi succede la stessa cosa, ma molto più in grande. D’altronde, più è forte l’emozione che si vive, più nitidi rimangono i ricordi.

Che esperienza è vivere nel villaggio olimpico?Il villaggio olimpico è un mondo a sé, dove vedere un pesista svedese alto 2 metri vicino ad una ballerina cinese di 14 anni è assolutamente normale. Persone di tutto il mondo, diverse tra loro in tutto, si ritrovano nello stesso posto perché sono unite da un obiettivo comune: gareggiare alle Olimpiadi. Lo sport è l’unico fattore che aggrega la Babele che è il villaggio olimpico ed esserci è così bello che migliaia di volontari vengono lì a proprie spese pur di vivere quel mondo.

Non le sarebbe piaciuto rimanere nell’ambiente del pentathlon, magari come allenatore?Ci ho provato. Dal 1992 al 1996 sono stato tecnico della nazionale, poi ho lasciato, perché ricevevo delle pressioni che non mi consentivano di lavorare con la giusta autonomia e serenità. Il clima all’interno della Federazione negli ultimi anni si era fatto troppo pesante e ho preferito uscire dal giro.

Fa ancora delle gare?Sì, fino all’anno scorso ho fatto delle gare di equitazione a livello amatoriale.”

Perché non la corsa, che era la sua specialità?Il lavoro non mi dà il tempo di fare l’atleta, così ho deciso l’equitazione, perché lì l’atleta è il cavallo. Non ho più velleità di misurarmi; ho già dimostrato il mio valore quando era il momento, ormai vivo lo sport solo come un piacere.

Poco fa ha detto che si è laureato mentre era ancora in attività come atleta. Da dove nasce la sua passione per la medicina?In realtà la medicina è stata un ripiego. Inizialmente volevo frequentare la scuola del CONI per maestri dello sport, perché da lì uscivano i migliori in ambito di formazione sportiva. Un anno prima di iscrivermi, però, la scuola fu chiusa e quindi decisi di dedicarmi alla medicina dello sport. D’altronde, devo dire che molti ex pentatleti della mia generazione oggi sono diventati dei professionisti affermati in svariati ambiti; forse il nostro sport è stato davvero una scuola per la vita.

Quanto la aiuta l’esperienza da sportivo nella professione medica?Io mi occupo di riabilitazione, quindi conoscere il corpo anche attraverso la mia esperienza personale è sicuramente d’aiuto per assistere i pazienti. Inoltre, l’aver vissuto situazioni di grande tensione emotiva mi torna utile quando devo prendermi responsabilità importanti.

Carlo Massullo, campione olimpico e medico dello sport: nessuno meglio di lei può darci dei consigli. Qual è la cosa più importante per una persona che fa sport?La costanza, la prevenzione e il metodo di lavoro sono tutti aspetti fondamentali della pratica sportiva. Ancora più importante di essi, però, è il divertimento. Lo sport aiuta a liberare la mente, e questo è il punto di partenza da cui muovono indistintamente tutti, da chi va a correre un’oretta per svagarsi, a chi fa sport di squadra per vivere lo spogliatoio, fino al campione che gareggia per vincere. Considerate che a livello medico non c’è uno sport che faccia meglio di un altro, quindi scegliete tranquillamente quello che vi fa divertire di più.

Per i bambini, invece?Anche in questo caso, forse addirittura di più che per gli adulti, è fondamentale il divertimento. Lasciate che i bambini facciano quello che gli piace. Io porto a tutti il mio esempio: da piccolo a scuola mi facevano giocare a pallacanestro, uno sport per cui ero negato; se i miei genitori mi avessero costretto a fare quello, a quest’ora non solo non avrei mai vinto le Olimpiadi, ma avrei proprio odiato lo sport, perché la pallacanestro per me era una sofferenza e ben presto avrei mollato tutto. L’unico consiglio che voglio dare ai genitori è di far scegliere ai propri figli uno sport che permetta di migliorare le capacità motorie, perché certe abilità o si acquisiscono da bambini o è difficilissimo migliorarle da adulti. Di sicuro non esistono sport che aiutano a migliorare la postura, perché la postura è influenzata da tantissimi altri fattori, quindi non fate l’errore di scegliere in base a quello.

Alessandro Castellani

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