Gallese

Published on maggio 6th, 2017 | by Redazione

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Donne e madri: la maternità nei primi del Novecento

Una famiglia dei primi del Novecento a Gallese

Nelle società tradizionali del passato, le donne erano avviate fin da bambine dalle loro madri ad assolvere determinati compiti, che andavano dalla cura della casa alla confezione del corredo, in vista del traguardo ambito da tutte, cioè il matrimonio. La sfera affettiva poteva esprimersi solo all’interno di questa istituzione, unico ambito socialmente riconosciuto e finalizzato alla procreazione.

Un tempo le famiglie erano molto numerose e l’arrivo di un figlio era considerato una benedizione. Comunque sia, nella società rurale, almeno fin quando i nuovi metodi di produzione portarono un certo benessere, producendo notevoli trasformazioni sociali e culturali, la nascita di una figlia era salutata con una sorta di rassegnazione, o con un entusiasmo molto minore rispetto al maschio. Nelle famiglie più povere, l’arrivo di una figlia femmina era addirittura considerato una sorta di disgrazia e, per i più religiosi, una punizione divina.

C’è da dire che la condizione di subalternità della donna rispetto all’uomo era dovuta essenzialmente al fatto che, in una società basata su dei metodi di produzione tendenti alla quasi totale autarchia, l’apporto di forza-lavoro fornito dalla donna era inferiore rispetto a quello dell’uomo.

Esisteva, però, un’altra causa che contribuiva a vedere di cattivo occhio la nascita di una figlia femmina. Sebbene la donna, una volta sposata, fosse destinata ad abbandonare il proprio nucleo familiare per entrare a far parte della famiglia del marito, le rigide leggi tradizionali prevedevano che la ragazza portasse con sé la dote, basata essenzialmente dal corredo, che confezionava e ricamava fin da ragazzina. Tutto ciò era interpretato come una vera e propria perdita economica per la famiglia di origine.

La gravidanza era un momento molto delicato nella vita di ogni donna, in quanto vissuta appieno attraverso il proprio corpo, una maternità sentita e non visualizzata e medicalizzata come al giorno d’oggi. In passato, non esistevano ecografie, analisi, test di gravidanza, era tutto affidato al senso femminile. In una situazione di precarietà quotidiana, in certi casi l’unica certezza rimaneva una costante ricerca di contatto col divino, con il sacro. Probabilmente, la riservatezza, il pudore di un tempo, nonché la condivisione della stessa natura femminile, consigliavano di rivolgersi alle Sante, piuttosto che ai Santi.

La devozione nei confronti di Sant’Anna, madre della Vergine Maria, era intensa e coltivata da tutte le donne che aspettavano un figlio. Tutte le donne gravide, ma anche quelle desiderose di avere un bambino, la pregavano e la invocavano spesso, specie nell’imminenza del parto e durante il travaglio. Santa Scolastica, sorella di san Benedetto, era considerata nella devozione popolare patrona del latte materno, in quanto, secondo un’antica leggenda, per nutrire un neonato abbandonato, si affidò alla divina Provvidenza, la quale dotò la vergine del prezioso alimento materno per poterlo allattare. Inoltre, in alcuni luoghi, si trovavano per le vie icone raffiguranti la Madonna del latte, a testimonianza di quanto fosse fondamentale la scesa del latte per poter nutrire i propri figli, in un’epoca in cui le preghiere rappresentavano non solo una speranza, ma, probabilmente, una delle poche certezze.

Nel momento del travaglio e durante il parto, la madre, oltre che da altre donne di famiglia, veniva assistita da una levatrice o da una “mammana”, la quale aveva accumulato attraverso l’esperienza una certa conoscenza di come agire in questo delicato momento.

Una volta partorito, in una società povera, esposta alla precarietà e all’arbitrio della natura, l’allattamento costituiva un momento fortemente critico all’interno del ciclo riproduttivo. La scarsità o la mancanza totale di latte poteva esporre il bambino a gravi rischi, dunque rappresentava una costante preoccupazione di tutte le madri. In questi casi, scattava una rete di solidarietà tutta al femminile. Una donna che aveva molto latte offriva il proprio seno a figli di madri prive di esso, generando, così, riguardo ai bambini allattati, l’espressione diffusa “fratelli di latte”.

Le puerpere dovevano rimanere a letto per almeno otto giorni e nutrirsi con determinati alimenti, che, secondo la tradizione, avevano la virtù di far scendere più latte.

Nei primi mesi di vita, i bambini venivano fasciati con delle apposite strisce di stoffa dal petto in giù, lasciando libere soltanto le braccia. Ovunque, si credeva fermamente che la fasciatura impedisse di crescere con le gambe storte.

Nonostante il grande impegno nel dover accudire il neonato, le donne dovevano ugualmente assolvere a tutti quei doveri del vivere quotidiano, che comportavano enormi fatiche sia fisiche che mentali. Oltretutto, molte donne dovevano anche lavorare in campagna, seguendo i loro mariti e partecipando a molti lavori pesanti, non ricevendo, poi, collaborazione alcuna in casa.

Dappertutto, era diffusa la credenza che, prima del battesimo, il neonato non potesse uscire di casa ed essere mostrato in pubblico. In molti casi, probabilmente, il motivo era riconducibile al timore della fascinazione, o malocchio, nei confronti del bambino, esposto allo sguardo altrui senza aver ricevuto il sacramento del battesimo, condizione irrinunciabile che permetteva alla persona il dono della redenzione e delle grazie divine.

Alla cerimonia sacra, che si svolgeva pochi giorni dopo la nascita, partecipavano il padre, il padrino e la madrina. Generalmente, la madre non era presente perché era impegnata nel preparare il pranzo di battesimo, che si faceva in casa.

In passato, alcune testimonianze ci dicono, però, che la donna era costretta in casa dal suo temporaneo stato d’impurità, non essendo trascorsi ancora quaranta giorni dal parto. Esisteva una cerimonia di “benedizione” a cui le donne partecipavano, in ricordo e memoria di Maria, che si era recata al Tempio quaranta giorni dopo aver partorito Gesù per compiere un sacrificio di purificazione.

Donne, madri, sorrisi e lacrime, paure e speranze. Donne spesso sole, piegate dalla fatica. Donne che potevano confidare, a volte, solo su un’invocazione o in una preghiera rivolta ad una Santa o a Maria, la Madonna, madre anche lei. Donne alla continua ricerca del sacro, del divino, unica ancora di salvezza e speranza tra le difficoltà quotidiane. Donne, spesso, nemiche una dell’altra, soggiogate dalla durezza della vita, senza nessuna possibilità di riscatto, se non la maternità. Ma anche donne coinvolte in una rete di forte solidarietà e scambio reciproco, che nasceva sì dalla miseria del vivere quotidiano, che, però, riscaldava l’anima, dando la possibilità di credere in un futuro.

Paola Testa

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