Storie

Published on febbraio 21st, 2016 | by Redazione

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La forra dell’Infernaccio

Forra dell'infernaccio (2)

Il ruscello della forra dell’Infernaccio

Da millenni i corsi di acqua, anche i più flebili e placidi ruscelletti, scavano il manto di tufo che antichissime eruzioni vulcaniche hanno lasciato sul territorio della nostra valle del Tevere. Il risultato sono dei canaloni lunghi e stretti, le forre.

Ce ne sono ovunque, e spesso lambiscono i paesini arroccati, anch’essi costruiti col tufo.

Esplorare una forra vuole dire, in buona sostanza, immergersi in un microclima, un qualcosa che ha poco da spartire con il resto del paesaggio. Tuffarsi in un qualcosa di selvaggio e disordinato, informe, quasi fosse una discesa dantesca agli inferi. Tale è l’esperienza che si prova, in particolare, esplorando una forra che si snoda nelle vicinanze del paese di Celleno vecchia e chiamata, per l’appunto, forra dell’Infernaccio.

Celleno vecchia è già peculiare di suo: un borgo abbandonato, in rovina, incastonato su di una natura che a guardarla bene ci riserva delle sorprese. La sorgente dell’Acquaforte, per fare un esempio, da cui scorga un’acqua ferruginosa, rossastra, dal sapore acidulo.

Partiamo da Grotte Santo Stefano e procediamo per una strada pianeggiante, sterrata e polverosa. Intorno a noi una distesa di campi, che non lascia quasi intravedere la forra che la lacera. Appena arriviamo in prossimità del bordo, siamo presi quasi da un senso di vertigine nel vedere quelle pareti di tufo stagliarsi nette e spoglie. Si sente lo sciabordare del fiume, nascosto sotto di noi, che ci aspetta per mostrarsi.

Il vento fresco fa rabbrividire e ci ricorda che la buona stagione non ha ancora preso il sopravvento. Appena, però, si inizia a scendere, una vampata di umidità e di calore ci segnala che stiamo entrando nella forra. Ci facciamo strada fra la vegetazione sempre più rigogliosa, lungo un sentiero non proprio agevole e a tratti fangoso, tanto da obbligarci ad aggrapparci ai tronchi per non cadere. Le situazioni e le percezioni sono cambiate totalmente rispetto a un attimo fa: ora sembra quasi di essere in una foresta pluviale.

Ora il fiume si vede bene, e si sente la cascata, che si rivela pezzo dopo pezzo, man mano che si procede verso il fondo. A dire il vero, non ha le sembianze di un inferno, o comunque di un luogo inospitale e di sofferenza; anzi, il fatto che ci stia riparando dal vento e che ci doni un po’ di calore non ci dispiace. Ci fa sentire quasi come dentro a un utero, non fosse per le difficoltà del sentiero.

Finalmente, il fiumiciattolo si riversa in un laghetto, dove, dall’alto, si getta la cascata, che domina la forra. Lo scorcio che si apre ai nostri occhi è a dir poco inusuale e inaspettato: l’acqua colora di un rosso/arancio le rocce sulle quali scorre, probabilmente per la sua ferrosità. Le striature arancioni contrastano con il verde delle rocce sullo fondo, creando un piacevole e pittoresco contrasto di colore. Ci viene detto che in estate qualche temerario si fa il bagno nel laghetto e si spinge fin sotto alla cascata, che ha la sua portata non indifferente.

Sembra incredibile che solo a poche centinaia di metri da noi c’è la campagna monotona, con le sue attività agricole, i borghi e il paese. Eppure ecco che la natura riesce sempre a sorprenderci, dove meno ce lo aspettiamo. E’ tempo di lasciare la forra dell’Infernaccio risalire verso l’alto, lungo il fianco della gola.

Tornammo, ma non a riveder le stelle, quanto piuttosto a beccarci una rinfrescata dopo la bella sudata.

Daniele Vitantoni

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